Sulla morte del giovane italiano Abdul, ho visitato oggi il blog di Sherif El Sebaie: http://salamelik.blogspot.com.
Il titolo del blog del 15 settembre è a suo modo perfetto: “Sono un’italiano… un’italiano vero…” (cfr. http://www.youtube.com/watch?v=zRDVQT_MT-o&feature=related).
Come noto, la geniale, splendida, emozionante anafora di Cotugno è la prima cosa che viene alle labbra del poliziotto che ti controlla il passaporto in un paese arabo, o del venditore di carote e cipolle al mercato, o dell’idraulico barbuto che ti sistema le tubature in casa.
O per meglio dire, “sono un italiano” te lo dice chiunque in certe parti del mondo: in qualsiasi altra parte del mondo si sappia che l’Italia è, per sua fortuna, anche terzo mondo.
Tutti nel mondo possono, cantando, dire “sono un italiano vero”. Quello di Cotugno è l’inno della vocazione popolar-cosmopolita dell’Italia. Anche i pakistani possono dirsi italiani: ho in mente una meravigliosa cover credo in urdu, ascoltata in un ristorante “etnico” nel sud della Francia.
Diciamolo meglio, l’Italia del calcio popolare era terzo mondo: consapevole di essere terza, rispetto a quella divisione binaria, manichea della realtà attualmente vigente. Terza fra Palestina e Israele, tra Russia e Usa, tra comunisti e capitalisti. L’Italia sapeva… aveva una consapevolezza del suo essere un mondo terzo e da questo le derivava (in realtà ancora le deriva, a suo dispetto), stima nel mondo vero, il terzo mondo.
Quella saggezza di un suo ruolo nel mondo è ciò che l’idiozia dell’attuale “sitema Italia” ha gettato alle ortiche: l’Italia, oggi più che mai, mentre va verso modelli di sviluppo deteriori, nega di essere terzo mondo. Non vuole esserlo e per questo ammazza gli italiani veri, non quelli immaginari.
Pubblicato da idrisalbadufi