Un italiano vero

settembre 19, 2008

Sulla morte del giovane italiano Abdul, ho visitato oggi il blog di Sherif El Sebaie: http://salamelik.blogspot.com.

Il titolo del blog del 15 settembre è a suo modo perfetto: “Sono un’italiano… un’italiano vero…” (cfr. http://www.youtube.com/watch?v=zRDVQT_MT-o&feature=related).

Come noto, la geniale, splendida, emozionante anafora di Cotugno è la prima cosa che viene alle labbra del poliziotto che ti controlla il passaporto in un paese arabo, o del venditore di carote e cipolle al mercato, o dell’idraulico barbuto che ti sistema le tubature in casa.

O per meglio dire, “sono un italiano” te lo dice chiunque in certe parti del mondo: in qualsiasi altra parte del mondo si sappia che l’Italia è, per sua fortuna, anche terzo mondo.

Tutti nel mondo possono, cantando, dire “sono un italiano vero”. Quello di Cotugno è l’inno della vocazione popolar-cosmopolita dell’Italia. Anche i pakistani possono dirsi italiani: ho in mente una meravigliosa cover credo in urdu, ascoltata in un ristorante “etnico” nel sud della Francia.

Diciamolo meglio, l’Italia del calcio popolare era terzo mondo: consapevole di essere terza, rispetto a quella divisione binaria, manichea della realtà attualmente vigente. Terza fra Palestina e Israele, tra Russia e Usa, tra comunisti e capitalisti. L’Italia sapeva… aveva una consapevolezza del suo essere un mondo terzo e da questo le derivava (in realtà ancora le deriva, a suo dispetto), stima nel mondo vero, il terzo mondo.

Quella saggezza di un suo ruolo nel mondo è ciò che l’idiozia dell’attuale “sitema Italia” ha gettato alle ortiche: l’Italia, oggi più che mai, mentre va verso modelli di sviluppo deteriori, nega di essere terzo mondo. Non vuole esserlo e per questo ammazza gli italiani veri, non quelli immaginari.

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البحر الأبيض المتوسط

settembre 19, 2008

lunedì, 05 maggio 2008

Questo blog inizia senza troppe pretese.

Da diversi anni studio arabo. I risultati non sono davvero eccezionali. Il mio interesse sempre più vivo è quello di modificare la realtà in cui pronunciare la mia esistenza: proprio ciò che appare meno sensato, ossia concepire una mia identità italiana non in base alla nazionalità e ai confini politici di questo paese, ma in base a ciò che le manca e che proprio per ciò, forse, le è più intimo.

Per ragioni diverse, di lavoro, di amore, di insoddisfazione, di curiosità e voglia di confrontarmi con ciò che mi è meno semplice, da diverso tempo ho iniziato a individuare possibili tracce di lavoro sociale e culturale che possano portarmi là da dove il colonialismo e il post-colonialismo hanno lasciato un vuoto.

Penso cioè che vadano concepiti nuovi discorsi e nuovi percorsi per permettere di guardare all’europeo in Africa non come un colonialista, né come un cooperante che va ad aiutare, un affarista, un missionario, un turista o un inviato del Fondo Monetario, bensì come un individuo che guarda alla pari le realtà che incontra, con la voglia appunto di incontrare e costruire un’altra geo-grafia delle relazioni umane.

Sembrerà ragionamento poco chiaro. Mi riprometto ad ogni modo di spiegarmi, in seguito, anzituto a me stesso.

Per il momento si prenda queste poche righe come un call for proposals, per chiunque le legga. Parole chiave: Algeria, Orano, lavoro culturale, migrazione, ricerca scientifica, studi post-post-coloniali, antropologia, Germaine Tillion, Louis Massignon, plurilinguismo e dignità universale delle lingue del Mediterraneo, poesia, letteratura…